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Tra manga e arte: dall’Emakimono all’Ukiyo-e.

L’obiettivo di questa serie di articoli sarà quello di scomporre la mia tesi di laurea triennale intitolata “I periodi Blu – L’influenza del Manga sull’arte contemporanea ” per crearne articoli di interesse su temi che vanno dal fumetto e dall’animazione in sé al confronto di questi con l’arte contemporanea. Tra manga e arte: dal Chōjū-jinbutsu-giga all’ukiyo-e

Le forme embrionali del manga

Non è facile rintracciare una data specifica per la nascita del manga. Convenzionalmente si prende in considerazione il momento in cui il manga diventa ciò che è oggi. Nel 1947 Osamu Tezuka pubblica per la prima volta Shin Takarajima (La Nuova Isola del Tesoro), serie che getterà la base del manga moderno e dello story manga. Attenzione però, Tezuka non inventò il manga, ma si limitò a prenderlo e a trainarlo verso una nuova era: un periodo moderno nel quale avrebbe potuto elevarsi come prodotto culturale, artistico, grafico e d’intrattenimento al pari del romanzo, del teatro e della cinematografia.

La sua forte ispirazione verso l’animazione e la cinematografia gli consentirono di maturare un’impianto grafico e un ritmo simile a quello dei moderni storyboard. Il ritmo assieme quindi alle vignette posizionate in verticale consentono al lettore di sentirsi come se fosse davanti ad un’animazione. Tra manga e arte: dal Chōjū-jinbutsu-giga all’ukiyo-e

Tavole tratte da Shin Takarajima “la nuova isola del tesoro”, Osamu Tezuka.

Per comprendere la storia del manga e il suo rapporto con l’arte bisogna partire molto prima, circa nel periodo che intercorre tra VI-VII secolo. Tra le forme espressive più antiche che molto ebbero a che fare col manga, ci furono sicuramente gli emakimono. Si tratta di rotoli di carta giunti in Giappone dalla Cina assieme ad una delle religioni più longeve della storia umana: il Buddhismo. I monaci cinesi, impegnati con la propaganda religiosa, introdussero nel territorio giapponese questa tecnica di rappresentazione. Tali narrazioni visive consistevano in storie illustrate in orizzontale su supporti di seta o carta che, dotati di due bacchette posizionate lateralmente, potevano essere facilmente ripiegate o arrotolate per la conservazione e la catalogazione.

Sojo Toba, Chōjū-jinbutsu-giga, XII-XII secolo, dettaglio.

L’emakimono per eccellenza fu il Chōjū-jinbutsu-giga (XI-XII secolo c.a.), tradotto come “caricatura di uomini e animali“, attribuito, anche se con dubbio, al monaco Sojo Toba. In questa insolita rappresentazione, con un gesto molto libero e innovativo per l’epoca, si assisteva alla parodia della società giapponese. La resa del movimento colpì talmente tanto il pubblico che anche in epoca contemporanea assistiamo alla reinterpretazione di questo rotolo. Nel 2016 lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki, anima questo rotolo in un piccolo corto per pubblicizzare una compagnia energetica (https://www.youtube.com/watch?v=KY5WmcfGj-g). Anche Fumiyo Kono, autrice di In questo angolo di mondo, ha modernizzato le figure presenti in questo rotolo per spiegare i simboli manga giapponesi (manpu) in GIGA TOWN – MANPU ZUFU del 2015.
Tra manga e arte: dal Chōjū-jinbutsu-giga all’ukiyo-e

Tavola tratta da Giga town-Manpu Zufu, 2015.

Entrambi i casi sono ottime testimonianze per comprendere come questa prima forma di rappresentazione sia radicata all’interno della storia, della cultura e della società giapponese. Le raffigurazioni attraverso gli Emakimono continueranno ancora per molti anni. Il ‘level up’ successivo, che avvicina in modo stilistico e tecnico la rappresentazione giapponese a quella dei manga moderni, avverrà durante il periodo Edo.

Tokugawa Ieyasu, primo shōgun dello shogunato Tokugawa.

I linguaggi artistici durante lo Shogunato

Il periodo Edo (1603-1868), antico nome della città di Tokyo, viene ricordato per una politica di estremo isolamento, adottato dal primo Shogun Ieyasu Tokugawa (1543-1616). La massima autorità militare, denominata Shogun, amministrava l’intero territorio giapponese secondo un sistema feudale denominato Bakufu. L’intera penisola era divisa in piccoli feudi denominati Han (circa 300/350) che dimostravano la loro forza politica in base alla produzione annuale del riso. Tutto ciò sembra di poco interesse artistico, ma si rivelerà negli anni successivi la vera chiave di lettura di questo intero periodo storico.

Lo Shogun venne infastidito dal continuo interesse da parte degli spagnoli e portoghesi a evangelizzare il paese. Diciamo che gli fece capire che non era necessario venire fino in Giappone, commettendo delle carneficine di Cristiani attorno Nagasaki. Vedendo questo tentativo di “evangelizzazione” come un attentato alla stabilita dell’interno sistema feudale, decise di limitare fortemente la comunicazione e il commercio coi territori esterni all’isola. La società giapponese dell’epoca era formata da una piramide sociale secondo il sistema shinōkōshō: samurai – contadini – artigiani – mercanti.

Quest’ultima classe sociale, con molta tranquillità, cominciò a prendere sempre più potere grazie alle proprietà famigliari ed al principio di continuità generazionale, pilastri del sistema economico e sociale giapponese. Le città diventarono sempre più grandi e fiorenti, a tal punto che Edo (Tokyo), divento già allora una delle città più popolose del mondo. Grazie all’intervento dei mercanti, si andò a creare una cultura popolare lontana da quella della casta guerriera e dei samurai che, fino ad allora, aveva detenuto e gestito le redini della società. Proprio questa ascensione sociale insieme al sogno borghese tematizzò l’intero panorama artistico giapponese (1603-1868) attraverso lo sviluppo di moltissimi linguaggi artistici tra cui il teatro Kabuki, le pubblicazioni e-hon e le stampe ukiyo-e.

Questi 3 linguaggi influenzarono infatti, in modo indiretto, la formazione e lo sviluppo del fumetto moderno e anche dell’arte contemporanea giapponese. Il teatro Kabuki influenzerà positivamente, all’interno del panorama fumettistico, l’utilizzo di una comunicazione non verbale per esternare i propri sentimenti e emozioni; le pubblicazioni e-hon, creeranno un vero e proprio modello di mercato editoriale. Le stampe ukiyo-e e i grandi maestri della pittura e della xilografia influenzeranno profondamente l’impianto grafico dei manga e dell’Occidente a partire dalla seconda metà del Diciannovesimo secolo.

Tōshūsai Sharaku, L’attore Kabuki Otani Oniji II nel ruolo del yakko Edobe 1734.

Il teatro Kabuki

Per non annoiare troppo e per ridurre la lunghezza di questo articolo, concluderò introducendo il teatro Kabuki. Il genere teatrale Kabuki nasce nel 1603 da alcune danze eseguite da ragazze sulle rive del fiume di Kyoto guidate dall’attrice Izumo no Okuni (1572-1612) che ne divenne successivamente simbolo e fondatrice. Inizialmente praticato da donne o giovani ragazze, in seguito venne reso maschile (anche le figure femminili, all’interno del teatro, venivano interpretate dal sesso opposto). Il teatro Kabuki non aveva monologhi, domande esistenziali o filosofiche, si limitava semplicemente ad essere un riflesso della bellezza della vita borghese.

Le scene interpretate venivano rappresentate con l’emotività dell’attore prediligendo una comunicazione non verbale. Tutto era enfatizzato, esagerato e stilizzato come i codici universali presenti nei manga. Infatti, è proprio durante questi spettacoli che, sulle maschere indossate dagli attori, nascono gli espedienti più tipici dei fumetti giapponesi. Ad esempio, gli occhioni giganti per rappresentare tristezza, occhi con stelle per sorpresa o le guance rosse per l’imbarazzo. Tutt’altro che facili erano le trame, costellate da cambi di autore che ne minavano il filo logico. Il risultato erano risvolti inverosimili, amori impossibili, intrecci scomposti e frammentari, proprio come spesso avviene nei manga.

Un pittore molto famoso e legato al panorama artistico del teatro Kabuki fu il misterioso Tōshūsai Sharaku. Misterioso in quanto non vi sono date di nascita o informazioni ufficiali di questo pittore, si sa solo che la sua (o loro, spiegherò tra poco perché) carriera artistica durò per circa 10 mesi. Molte teorie indicano che questo pittore fosse in realtà un attore del teatro Nō e che in seguito alle regole imposte dal suo padrone, avesse dovuto abbandonare la carriera di pittore. Un altra teoria, forse anche la più accreditata a livello stilistico, sarebbe quella secondo cui il termine “Sharaku” stesse ad indicare una bottega o un gruppo di artisti ukiyo-e che collaborarono in un progetto sul teatro kabuki.

Questa teoria sarebbe anche incentivata dal fatto che Sharaku, in 10 mesi di attività come ritrattista Kabuki, cambiò ben 4 stili (come se le sue stampe non fossero opera di un’unica mano). Secondo wikipedia, di Sharaku sarebbero state trovate anche delle testimonianze all’interno di un manoscritto, nel quale vi era riportato: “Sharaku raffigurò degli attori Kabuki, ma a causa dell’eccessivo realismo, le sue stampe non erano conformi alle idee preconcette, e la sua carriera fu corta…”.

L’artista infatti non diventerà famoso in Giappone come Hokusai o Hiroshige, ma divenne noto soprattutto postumo, in occidente, grazie al suo realismo, venne considerato uno dei primi artisti giapponesi moderni.

Sharaku, L’attore del teatro Kabuki Sawamura Sojuro III, 1794, quinto mese.

Tra Manga e Arte – Introduzione

Fonti consultate

-The city Exhibition: Manga, Nicole Rousmaniere is IFAC Handa Curator of Japanese Arts at the British Museum. Matsuba Ryoko is Senior Digital Humanities Officer at the Sainsbury Institute for the Study of Japanese Arts and Cultures, University of East Anglia, Thames & Hudson, 2019.
Tra manga e arte: dal Chōjū-jinbutsu-giga all’ukiyo-e

Il manga. Storia e universi del fumetto giapponese, Jean­Marie Bouissou, 2011.

Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Ediz. illustrata, Skira, 2016.
(su amazon edizione 2019)

https://it.wikipedia.org/wiki/Periodo_Edo

-https://it.wikipedia.org/wiki/Kabuki

https://www.animeclick.it/manga/26226/giga-town-manpu-zufu

https://it.wikipedia.org/wiki/T%C5%8Dsh%C5%ABsai_Sharaku

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