TRA MANGA E ARTE INTRODUZIONE

Ho sempre avuto la passione per i manga e per gli anime. Già da piccolo, mi capitava di andare con mio padre in fumetteria a comprare i manga. Alle scuole medie mi succedeva spesso di svegliarmi alle 6.00 della mattina per poter vedere Eureka Seven su rai 4 prima di andare a scuola.

Al terzo anno di Accademia di belle arti ho voluto riprendere questa passione per renderla parte della mia tesi di laurea. Ero molto indeciso su cosa fare, in quanto moltissimi professori, sia di storia dell’arte contemporanea che di materie pratiche, erano tutt’altro che convinti di parlare del fumetto al pari delle grandi opere d’arte occidentali e mondiali.

Ho cercato quindi un tema che potesse permettermi di parlare contemporaneamente del manga e dell’arte. Tra le varie idee, era venuta quella di parlare del fumetto giapponese in contrapposizione ai libri d’artista o con lo storytelling di determinati quadri: Hans Memling, pittore tedesco di formazione fiamminga, aveva creato questa immensa tela intitolata come La passione di Torino, che rappresentava i vari momenti della passione di Cristo all’interno dello stesso quadro. Questo, poteva assomigliare ad un primo tentativo di storytelling, ma anche ad un primo tentativo di model sheet o dei chara design, fogli nei quali i personaggi vengono rappresentati contemporaneamente in diverse pose, espressioni e momenti.

Hans Memling, La passione di Torino, olio su tavola, 1470-1471, Galleria Sabauda

Ma anche in questo caso, la proposta non era abbastanza convincente da riuscire a conquistare determinati professori. Ogni volta che proponevo di utilizzare i manga come partenza per un elaborato, alcuni professori diventavano sempre più scettici, scartando e smontando le mie idee e consigliandomi caldamente di intraprendere strade diverse.

Dopo mesi di stallo, incrociai nel web il manga Blue Period di Tsubasa Yamaguchi. Reduce dal manga Arte e da altre letture sul web di serie che proponevano spunti interessanti nel rapportarsi con il mondo artistico, decisi di darci un occhiata. Catturò subito la mia attenzione stimolando subito la mia immaginazione e la voglia di impegnarmi in qualcosa. Ricominciai quindi la mia ricerca infinita con un diverso approccio, ovvero attraverso piccole interviste e domande che facevo su twitter a diversi autori di manga. Facevo domande molto generali: chiedevo come considerassero i manga, da dove fossero nati e se per loro fossero arte.

Tra un Dm e un tweet, vedevo che molti autori, sia piccoli che abbastanza affermati, dedicavano qualche momento nel rispondere, nel rifiutare o semplicemente nell’augurarmi buona fortuna. Decisi quindi di incrementare le richieste su twitter, subendo anche limitazioni dal social che pensava fossi diventato un bot. A quel punto contattai anche autori abbastanza importanti come Tsubasa Yamaguchi e Yuki Suetsugo (Chiyahafuru), che erano soliti mettere like e rispondere anche a tweet dei fan.

La mattina seguente, era di sabato, tra le varie risposte di numerosi mangaka, vi era anche quella dell’autrice di Blue Period. Grazie alla chiacchierata che ebbi con lei, alla lettura del manga e ad alcune ricerche che feci nel web, scoprii che il titolo Blue Period aveva diverse valenze: si rifaceva in modo diretto al Periodo Blu di Picasso ma anche al colore Blu come simbolo (secondo i giapponesi) di crescita personale. In quel momento, compresi che l’idea di un periodo blu come qualcosa di crescita, era perfetto per la mia ricerca.

Tsubasa Yamaguchi, Blue Period, Jpop, 2020.

Tirai fuori gli appunti di storia dell’arte e i vari cataloghi di mostre che avevo visitato in passato e mi accorsi che il manga e le sue prime forme di sviluppo, in parte, influenzarono profondamente l’arte occidentale, soprattutto quella successiva alla convenzione di Kanagawa del 1854. Prima di questa convenzione, il Giappone viveva isolato dal mondo, consentendosi solamente piccolo commerci con la vicina Cina e con l’Olanda. Mi tornarono alla mente alcune cose studiate alle superiori, come il “giapponismo”, periodo successivo al 1850 nel quale gli artisti francesi mostrarono particolar interesse nel copiare, reinterpretare e comprare l’arte proveniente da quel Giappone che da li a breve, avrebbe aperto forzatamente le porte all’Occidente.

Artisti come Van Gogh, Monet e Lautrec, furono alcuni dei nomi celebri che si impegnarono nello studio dell’arte dei grandi maestri giapponesi come Hokusai, Hiroshige e Utamaru. Questo caso di interesse e di influenza non rimase qualcosa di circoscritto, ma si espanse in tutta Europa, sia dal punto di vista geografico che dal punto di vista temporale. Si potevano trovare tracce di questa influenza anche nelle opere di Mucha (Art Nouveau) e in successivi artisti che si occupavano principalmente della rappresentazione pubblicitaria attraverso i manifesti.

Hiroshige, Acquazzone sul ponte Shin-Ohashi ad Atake, Cento vedute famose di Edo, xilografia policroma, 1857.
Vincent Van Gogh, Ponte sotto la pioggia, 1887.

Ma il manga, durante il periodo degli impressionisti e post, non era ancora quel fenomeno editoriale che tutti noi conosciamo. Il Manga (1814-1878), in quel periodo, era una semplice raccolta di migliaia di immagini realizzate attraverso la xilografia dall’artista Katsuchida Hokusai per i suoi allievi e per i suoi futuri lavori.

Katsuchida Hokusai, Acrobati, VIII volume del Manga, 1819.

Il fumetto giapponese prese forma come fenomeno editoriale grazie all’intervento di artisti Occidentali come Charles Wirgmann e George Bigot che, postumi alla convenzione di Kanagawa, si diressero in Giappone per fondare piccole testate giornalistiche contribuendo attivamente alla formazione del fumetto e dell’editoria giapponese. Sulle forme delineate da queste due figure, altri artisti giapponesi decisero di sfruttare il momento per perfezionare la propria tecnica, come nel caso di Rakuten Kitazawa o di Ippei Okamoto, uno dei primi autori a sperimentare lo storymanga. Perché il manga si avvicini più alla concezione che ne abbiamo oggi, bisognerà aspettare il 1947 con la pubblicazione di Shin Takarajima di Osamu Tezuka. La nascita del manga odierno, viene fatta risalire a questa data per convenzione, in quanto La nuova isola del tesoro, secondo diverse fonti, sarebbe riuscita a vendere tra le 500/600 mila copie.

Ma la mia ricerca, come detto in precedenza, si concentra più sul rapporto che il manga ha instaurato con l’arte.

Con l’entrata del Giappone in un periodo consumistico, i prodotti derivati dalle serie dei fumetti, vennero sfruttati ad un livello mai visto: il manga cominciò a concedere i propri diritti alle fabbriche, inondando il mercato di piccoli giocattoli, figure e in generale gadgets di plastica che accompagnavano la fine e l’inizio delle nuove serie. Le aziende, invogliate da questo fruttuoso mercato, decisero di intraprendere nuove produzioni aiutandosi con i nuovi canali di comunicazione, pubblicando, a partire dagli anni Settanta, videogiochi, pubblicità, serie animate e qualsiasi altra cosa pur di stimolare le vendite.

L’intero Giappone si identificò all’interno del manga, soprattutto con le serie mecha e post-apocalittiche, fulcro della voglia di riscatto e rivincita del popolo nipponico.

“Che il manga possa così farsi carico del trauma rifondatore dell’identità giapponese contemporanea mostra meglio di qualsiasi spiegazione fino a che punto sia divenuto un riflesso del subconscio collettivo e una modalità espressiva legittima per l’intera comunità nazionale. E’ anche a questo che le autorità rendono omaggio, a modo loro, accordando al manga molteplici forme di riconoscimenti ufficiali: adozione nei programmi scolastici, musei, cattedre universitarie, e da li a poco una vigorosa promozione all’estero. Nessun altro paese ha mai consentito questo tipo di pubblicità al fumetto” (Bouissou, p. 93, 2011 – Jean-Marie-Bouisseou, Il Manga. Storia e universi del fumetto Giapponese, Latina-Italia, Tunuè, 2011. trad. di: Manga. Historie et univers de la bd japonaise, Picquier, 2010).

I fumetti e l’animazione giapponese divennero ben presto rappresentazione identitaria della nuova società giapponese, fatta di otaku, cose kawaii, immagini colorate e tradizioni modernizzate.

Takashi Murakami, Me and Kakai and Kiki, litografia e vernice, 68 x 68 cm, 2009, dettaglio. ©Takashi Murakami, Kaiki Kiki Co., Ltd. All rights reserved.

Sull’onda della notorietà che il manga ottenne negli anni successivi e sull’influenza lasciata dalla Pop art, comparvero numerosi artisti come Takashi Murakami (1962) e altri, che si affermarono all’interno del panorama artistico contemporaneo, grazie proprio ai prodotti di intrattenimento e commerciali “made in Japan”. Nelle sue opere, il Giappone divenne rappresentazione Pop di se stesso, abbracciando una visione alterata della società offerta dai manga e dagli anime. Nel contemporaneo, grazie all’affermarsi dei manga e dell’arte di Murakami, sempre più artisti hanno scelto di ispirarsi a questo background bidimensionale tratto dalla vastissima cultura otaku, con l’obbiettivo di creare una nuova estetica di bellezza, attraverso lo studio e la sperimentazione anche di nuove icone e materiali. I musei di oggi, spesso, affianco a grandi opere, dedicano spazi e mostre al fumetto giapponese, riconoscendone l’estremo sacrificio che ha compiuto nell’influenza del mondo che ci circonda, come nel caso di The Citi Exhibition Manga マンガ, mostra che nel 2019 occupò parte del British Museum londinese.

Sarebbe quindi (spero) interessante, utilizzare la mia ricerca di laurea come pretesto per creare in piccoli articoli che cominciano proprio dalla nascita del manga (dalle prime forme di rappresentazione giapponese, passando fino agli artisti ukiyo-e e oltre) fino ad arrivare all’arte contemporanea giapponese. Giusto per precisare, non si vuole cercare di insinuare o confermare se il manga è considerata arte, ma si vuole ragionare sul modo in cui il fumetto giapponese ha modificato l’arte visiva contemporanea. (in fondo alcuni esempi di opere d’arte influenzate dal fumetto giapponese).

Questo non vieta assolutamente la possibilità di fare digressione in serie d’animazione o manga che possono essere d’interesse per fare utili paragoni. Per fare un esempio, la Grande Onda di Kanagawa (1830-1831) del grande maestro Hokusai è stata utilizzata e ripetuta più volte, sia nell’arte che nei manga e negli anime.

Cominciamo dagli emakimono, antenati per eccellenza dei manga.

Three, 2363g, acrilio, ferro, legno, pvc, frp, figure e plexiglass, 26.5 x 26.5 x 49 cm, 2018.
©ThreeStudio.
Kazuki Takamatsu, To gain the freedom, acrilico, guache, mappatura della profondità su tela cerata, 99 x 99 cm, dettaglio, 2018, Corey Helford Gallery
Kaws, Kaws:HOLIDAY, installazione, Shizuoka, 2019. https://www.nssmag.com/it/ art-design/19162/lascultura-holiday-dikaws-ha-conquistatoil-monte-fuji.

Gli antenati del manga

Tra le forme espressive così antiche, che molto ebbero in comune
col Manga, ci furono sicuramente gli emakimono giunti in Giappone dalla Cina intorno al VI-VII secolo insieme al Buddhismo.

Queste narrazioni consistevano in storie illustrate in orizzontale,
su rotoli di seta o su lunghi fogli di carta ed erano destinati ad una
lettura popolare come strumenti in supporto alla narrazione, catalogazione e propaganda.

L’emakimono più famoso, il Chōjū-jinbutsu-giga tradotto in “caricature di animali e persone”, è forse l’antenato per eccellenza del manga. Questa insolita rappresentazione interpreta metaforicamente il giappone di quel secolo attraverso l’utilizzo di scimmie, rane e conigli che sostituiscono con irriverenza e scherno la classe nobiliare di quell’epoca. Il rotolo è attribuito, seppur con dubbio, al monaco Sojo Toba.

Il rotolo, rappresentato con segni e forme molto innovative per l’epoca, fu utilizzato e animato dallo studio Ghibli nel 2016. Link del video: (https://www.youtube.com/watch?v=KY5WmcfGj-g)

Libri consultati e consigliati:

BOUISSOU, 2011.
Jean-Marie-Bouisseou, Il Manga. Storia e universi del fumetto Giapponese, Latina-Italia, Tunuè, 2011. ( trad. di: Manga. Historie et univers de la bd japonaise, Picquier, 2010)

ARNALDI, 2015.
Valeria Arnaldi, Manga art. Viaggio nell’iper-pop contemporaneo, Roma-Italia, Lit Srl, 2015.

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Claudio

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