Baldios, Il Guerriero dello Spazio – Analisi di un classico con lo sguardo del presente

Baldios narra la storia di Marin Reagan, abitante di Saul 1 (chiamato così in quanto pianeta più vicino al sole nel loro sistema solare), figlio dell’ideatore di una macchina particolare in grado di ripulire l’atmosfera del pianeta, da tempo inquinato dalle radiazioni nucleari al punto da costringere gli abitanti a vivere nel sottosuolo. Purtroppo l’ambizione e l’arroganza del capo della fazione militare Aldebaran, Gattler, non consente al progetto per la purificazione di S1 di compiersi. Egli, dopo aver attuato un colpo di stato e distrutto l’invenzione del padre di Marin, parte col il suo popolo alla ricerca di un nuovo pianeta da colonizzare. Il pianeta in questione sarà ovviamente la Terra. Marin si schiererà dalla parte della squadra dei Blue Fixer, l’organizzazione che si occupa di difendere il mondo, per vendicare la morte di suo padre, ma sarà gradualmente sempre più devoto alla preservazione della bellezza della natura incontaminata della Terra. Purtroppo, in quanto alieno, dovrà fare i conti con innumerevoli pregiudizi che lo faranno più volte interrogare sulla sincerità della nuova famiglia e sul proprio senso di appartenenza. Rivale di numerose battaglie sarà la bella Afrodia, il cui odio per Marin, responsabile della morte del fratello, assumerà connotati sempre più ambigui. 

Il contesto storico

Sebbene molte delle tematiche del capolavoro di Akiyoshi Sakai siano profondamente attuali e rendano Baldios un’opera quasi antesignana, contornata da una veste modernissima che per nulla sfigura con le produzioni della contemporaneità, parte del suo fascino diviene ancor più chiaro nel momento in cui gli si dà la giusta collocazione storico-culturale
L’esordio del 1980 nell’animazione robotica dell’allora piccolo studio Ashi Production (Production Reed) avvenne in un periodo assai fecondo per l’animazione giapponese: successivo alla rivoluzione concettuale di Yoshiyuki Tomino, che con il suo Gundam nel ’79 teorizza il real robot e cala il sipario sull’impianto narrativo e strutturale della robotica nagaiana dei primissimi anni settanta; ma precedente al consolidamento vero e proprio delle innovazioni di Tomino, che rendono mainstream quel nuovo modo di intendere le robottomono (storie di robot) solo con il successo della trilogia riassuntiva del 1981-82, che sancì definitivamente la nascita di un nuovo paradigma del genere in una forma più autoriale e seriosa (1). Baldios è anche a suo modo figlio dell’anime boom di metà anni settanta e del riconoscimento artistico paritario a quello del cinema conferito all’animazione. In quel periodo nascevano le prime riviste specializzate con analisi, approfondimenti e interviste a registi, sceneggiatori, animatori e cambiavano le esigenze del pubblico in relazione alla maturità dei temi trattati nelle serie animate. Emblematica delle nuove necessità autoriali è senza dubbio la trilogia romantica di Tadao Nagahama, che già nel 1976 con Combattler V aveva realizzato la prima opera di rottura con la precedente robotica infantile e senza continuità narrativa. Nagahama, benché sempre ancorato allo schema tokusatsu, si concentrò nella realizzazione di personaggi dalla psicologia più approfondita e dalle tinte tragiche, dando maggior dignità alla narrazione per rendere la storia appetibile anche per un pubblico più adulto. In Vultus V (1977), seconda opera della trilogia, si fa un discorso interessante intorno al tema del razzismo perpetrato dagli umanoidi del pianeta Boazan, le cui leggi discriminano e schiavizzano gli abitanti senza corna. Disuguaglianze che ricalcano la gerarchia nobiliare – richiamata anche dal vestiario – e sfociano in una forma di ribellione popolare contro un sistema aristocratico analoga agli ideali della rivoluzione francese, di cui presumibilmente Nagahama, regista di lì a poco della prima parte di Lady Oscar, era un conoscitore. 
Baldios si impone in questo periodo di transizione con una maturità assoluta, facendosi portabandiera della responsabilità ambientale; valorizzando il cosmopolitismo, muovendo critiche feroci al razzismo e alla guerra; concentrandosi interamente sulla storia e sulla caratterizzazione dei personaggi con il suo drammatico antimilitarismo, in cui il conflitto e l’ambizione umana incontrollata diventano teatro di orrori e conseguenze disastrose. 

1) Volendo essere più precisi, non è stata solo la trilogia riassuntiva a causare la cosiddetta “Gundam Feever”, ma il successo dei modellini di Bandai, delle successive repliche televisive e soprattutto, simbolicamente, l’evento denominato Anime shin seiki sengen (proclamazione della nuova era dell’animazione) organizzato da Sunrise il 22 febbraio del 1981 per promuovere l’uscita del primo film.

Baldios non è una storia di robottoni

Quando si parla di serie mecha anni ’70-’80 (o addirittura precedenti a Evangelion, per i più timorosi e meno avvezzi al genere) molti pensano di ritrovarsi un cartone per bambini senza soluzioni narrative interessanti o con tematiche neanche lontanamente mature. Come il lettore avrà già intuito autonomamente dal discorso precedente, in realtà le cose non stanno affatto così. Il motivo principale di questo pregiudizio in Italia, secondo Jacopo Mistè, va rilevato nel fatto che le grandi produzioni Sunrise degli anni ’80, per esempio le opere della maturità di Tomino o i capolavori di Ryosuke Takahashi, in cui la presenza di personaggi psicologicamente approfonditi e di vicende dal grande spessore intellettuale sono praticamente uno standard, non siano mai arrivate da noi a causa di alcuni dissapori con l’azienda, lasciando l’immaginario italiano fermo alla golden age nagaiana
Baldios non ha nulla da invidiare alla complessità drammaturgica del precedente Gundam e dei seguenti lavori tominiani o al poco successivo Dougram di Takahashi. Pur rimanendo ancora legata ad alcuni stilemi consolidati del super robot, Sakai riesce ad elevare la sua opera inserendovi elementi che saranno poi lo standard del filone real. Viene meno il dualismo buoni e cattivi, nel senso che non vi è una netta contrapposizione tre bene e male assoluto (pur rimarcando in determinati casi la differenza tra personaggi positivi e negativi), ma una guerra combattuta tra esseri umani con sogni, desideri e aspirazioni; talvolta prigionieri in una situazione voluta da altri che comporta grave sofferenza interiore e alienazione dal proprio Io. Un approfondimento psicologico all’avanguardia, forse in determinati casi vittima delle semplificazioni e delle ingenuità del suo tempo ma che non risparmia nemmeno i membri meno importanti del cast principale, a cui verranno dedicati degli episodi specifici. Penso all’amore non corrisposto di Oliver per la giovane Jaime, a sua volta innamorata di Marin; o al conflitto interiore del comandante Takeshi Tsukikage, costretto dalle sue responsabilità di comandante a non potere andare in soccorso della sua famiglia nel momento del bisogno – peraltro messo in scena con una sequenza onirica modernissima. Baldios, come altre opere della maturità del filone super quali Ideon, Trider G7 o Daitarn, ha inoltre il merito di aver approcciato in maniera più adulta e narrativamente credibile la figura del robottone. In questo specifico caso, Sakai lo spoglia completamente della sua aura di sacralità, rendendolo quasi una mera arma militare, sulla falsa riga del real robot, e non più una figura semi-divina invincibile. Nell’episodio 24 addirittura viene quasi completamente distrutto, diventando inutilizzabile per qualche tempo e rischiando di far cadere la Terra in mano agli invasori. La poca rilevanza del robot appare ancora più chiara se consideriamo la durata misera degli scontri, quasi sempre rapidissimi e spesso trasportati al di fuori del colosso d’acciaio per essere risolti faccia a faccia. L’iconica sequenza di gattai (“unione”, fase di assemblaggio inaugurata a metà anni ’70 da Getter Robot) è paradossalmente più lunga dello scontro in sé, a ribadire ulteriormente il fatto che Baldios sia una storia di personaggi e non di combattimenti. Un modo di narrare che contribuisce a non far pesar troppo la mediocrità complessiva delle animazioni e il design discutibile dei nemici. 

S-1, specchio del nostro pianeta

Inizialmente Marin decide di allearsi con i terresti assecondando il suo desiderio di vendetta verso Gattler (assassino di suo padre) ma la bellezza naturale del pianeta lo spinge a combattere con tutto se stesso per una causa più nobile, impedire alla Terra di fare la stessa fine di S-1. Il sogno del padre di poter rivedere il mare blu, impressogli ancor più nella mente in punto di morte, sarà un ulteriore incentivo per Marin, anche nei momenti di maggior dubbio e crisi come nell’episodio 17, per continuare a lottare. 
S-1 infatti ricorda in tutto e per tutto la terra, ma devastata dall’inquinamento da radiazioni. Nel corso degli episodi le somiglianze culturali si fanno sempre più allarmanti. Emblematica la discussione su Dio e sulla religione tra Marin e Oliver. Gli abitanti di Saul 1 guardano al passato con sguardo nostalgico, sognando i tempi in cui l’aria era pulita, la natura rigogliosa e il mare ancora blu. Il film si apre proprio con una sequenza inedita dai toni malinconici (prefigurante di una delle tematiche fondamentali di Baldios) in cui Marin e Afrodia, ancora ignari di ciò che li attenderà, osservano silenziosamente il mare inquinato di S-1 dalla cima di un faro. La natura autodistruttiva dell’essere umano, causa assoluta dei propri mali, viene messa in scena con un nichilismo preponderante sin dalle prime battute: è Gattler stesso a mandare in pezzi l’ultima speranza di S-1 distruggendo la macchina che avrebbe permesso di purificare il pianeta. Egli accusa gli scienziati di essere i colpevoli dell’inquinamento ambientale poiché secondo lui è lo sviluppo tecnologico in sé a possedere il seme della distruzione, la causa del problema, e non, come sostenuto dal dottor Reigan, l’abuso perpetrato dalla fazione militare. Accecato dall’arroganza e convinto di essere il condottiero salvatore del suo popolo, condurrà l’umanità verso un’inevitabile e beffarda rovina le cui implicazioni saranno inequivocabili nelle fasi finali della storia. La terra appare come un S-1 che può ancora sfuggire a quel tragico destino cui sembra tendere, ma la dissennatezza degli uomini tarpa le ali ad ogni barlume di speranza per il futuro, che in Baldios si presenta come drammaticamente condannato. Il fatalismo in cui sembra risolversi tristemente la vicenda è tuttavia una lettura meramente di superficie. Sakai pone l’accento in maniera perentoria sulla responsabilità individuale, e i bersagli della sua critica sono proprio coloro le cui scelte e le cui azioni hanno portato alle conseguenze disastrose delle ultime puntate. Gattler si conferma nel finale come personaggio fermamente negativo, incapace di assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto in nome di una qualche necessità incontrollabile contro la quale l’uomo, secondo la sua visione, non può nulla: il fato. Baldios si pone come monito la cui tesi si distanzia, pur nel suo pessimismo, da un fatalismo rassegnato al quale l’uomo non può opporsi, ma anzi ci ricorda quanto sia invece il nostro agire a plasmare il destino. Sono proprio gli uomini come Gattler ad essere condannati da Sakai. “Tutto questo era scritto nel destino, la terra si avvicina al suo domani. Se non l’avessi fatto io l’avrebbe fatto qualcun altro” dirà nel suo ultimo, teatrale tentativo di deresponsabilizzazione dal suo agire. Opposto è invece l’atteggiamento di Marin che gli risponderà: “Se io ti ucciderò forse il pianeta sarà salvo. Non ho alcuna intenzione di sottomettermi al destino“.

Antimilarismo e paura dell'atomica

La doppia faccia della scienza (benevola e malevola) e le problematiche ambientali ad essa legate sono questioni affrontate in molte serie dell’epoca. Esempio immediatamente calzante è il precedente Danguard (1977) di Tomoharu Katsumata, tratto dal manga di Leiji Matsumoto, che condivide con Baldios diverse similitudini. Quest’attenzione data ai grandi temi ecologici già in quegli anni, nonostante fossero relativamente più lontani rispetto ad oggi, è sicuramente imputabile alla paura dell’atomo e alla tensione della guerra fredda. Più in generale, come dice Pellitteri nel suo Mazinga Nostalgia, il grosso della produzione fantascientifica dell’animazione e del fumetto giapponesi successivi al 1945 ha come tema polarizzante il sentimento di rinascita dopo il trauma della sconfitta bellica e del disastro di Hiroshima e Nagasaki. Trauma dal quale seguì, secondo lo studioso Jean Marie Boissou, una generazione di autori di fumetti concentrata su due grandi esoscheletri narrativi: Il primo riguarda una storia di apocalisse e fallimento degli adulti, da cui un gruppo di giovani sopravvissuti orfani cerca di riemergere in un mondo nuovo. Il secondo scenario, invece, prevede un’invasione da parte di esseri di un’altra razza, spesso tecnologicamente molto più avanzata, contro la quale i giovanni giapponesi devono combattere a bordo di robot o armi simili. Quest’ultimo vi sarà familiare poiché è proprio alla base di tantissime opere sci-fi mecha. Nella mente dei giapponesi è ancora vivo il terrore della bomba, ulteriormente amplificato dalla paura di una possibile imminente guerra nucleare. All’uscita di Baldios siamo in un periodo particolarmente teso, poiché la prima metà degli anni ’80 è uno dei momenti più critici della guerra fredda.
Nell’episodio 7 si parla di una terrificante bomba alla cui creazione avevano partecipato da giovani la dottoressa Queinstein e l’ex fidanzato, poi bandita per la pericolosità della stessa. Chiaro parallelismo con il pericolo delle armi di distruzione di massa. Ma è negli episodi 20 e 21 che i riferimenti alla guerra fredda diventano ancor più palesi, quando si parla di blocco occidentale e blocco orientale in relazione alla precedente suddivisione del mondo. In questa coppia di episodi assistiamo alla nascita di una terza fazione composta dai membri scontenti di entrambi gli schieramenti che, stufi di morire inutilmente in una guerra senza fine in merito alla quale non hanno alcun potere decisionale, si impadroniscono di un sito segreto di missili nucleari in Siberia e minacciano di lanciarli su tutto il mondo. Diventa interesse comune sia di Aldebaran sia dell’Unione mondiale terrestre fermarli per impedire la distruzione del pianeta. Gattler, piuttosto che dichiarare la resa alla terza fazione, decide di lanciare per primo una bomba per distruggere la terra lui stesso, ma fortunatamente Marin e Afrodia riescono a mettere da parte temporaneamente le ostilità per collaborare e impedire la catastrofe (peraltro sarà tappa fondamentale del loro rapporto). 
La guerra è protagonista in Baldios al pari dei suoi personaggi. Un conflitto incessante da cui non sembrano emergere vincitori, solo vinti, vittime e carnefici. Le leggi sempre più disumane del comandante Afrodia, la cui legittimità di capo dell’esercito vien messa più volte in discussione a causa di pregiudizi legati al sesso, aumentano il malcontento tra gli alti vertici dell’armata Aldebaran in cui si susseguono tradimenti, complotti e intrighi per rovesciare il comando o garantirsi posizioni di maggior potere. Dall’altro lato, la federazione mondiale è manovrata da politici e funzionari capricciosi e incapaci, che si rifiutano di accettare di dipendere da Marin, in quanto alieno, e che più volte tenteranno di metterlo in cattiva luce con ordini assurdi e controproducenti. La crudeltà degli eserciti e degli ordini insensati impartiti da chi non combatte in prima linea ed è dunque completamente distaccato dalla devastazione provocata rischiano più volte di mettere a repentaglio l’integrità del pianeta che vorrebbero proteggere o conquistare. La guerra scinde l’individuo tra identità e dovere, costringendolo ad anteporre il proprio ruolo agli interessi personali, anche nel caso di familiari in pericolo di vita. Carestie volutamente indotte per mettere in difficoltà il nemico, fucilazioni a tappeto, soldati mandati a morire in maniera spietata, civili ibernati e separati dalle famiglie per risparmiare risorse utili alla prosecuzione del conflitto in un crescendo di disumanità che culmina nell’episodio 33 in un finale apocalittico la cui intensità drammatica lascia ancora oggi senza parole.

Afrodia e la rinuncia alla femminilità

“Ho paura che in questo posto si perda la coscienza di essere una donna” sono le parole che la giornalista Annie Latin, giunta alla base dei Blue Fixer per un servizio, rivolge a Jaime dopo una discussione intima sui profumi, sulla femminilità e sull’amore. Jamie in quell’occasione manifesta un po’ di invidia per la bellezza della giornalista; o meglio, non tanto per la sua bellezza naturale, quanto piuttosto per la forte femminilità che vede in lei e che vorrebbe per se stessa, a partire dallo splendido vestito in mostra nella sua stanza fino alla fascinazione indottale dallo chanel numero 5 che trova sopra al comodino. In quanto militare e membro dei Blue Fixer, a maggior ragione con una guerra in corso, la cura del proprio aspetto non rientra nelle priorità di Jamie. L’unica occasione in cui la vedremo vestita in maniera elegante e truccata sarà all’appuntamento con Marin nell’episodio 28, nel quale peraltro per la prima volta viene sessualizzata con una scena di nudo esplicitamente provocatoria sotto la doccia. Altra grande figura femminile della serie che analogamente vede alienata questa parte di sé è indubbiamente la geniale dottoressa Queinstein, madre del Baldios e quanto di più vicino possa esserci a una figura materna per Marin; portatrice di tutte le conoscenze scientifiche dei Blue Fixers e risorsa insostituibile del pianeta Terra. Più volte nelle sezioni di storia a lei dedicate emerge il conflitto interiore tra i doveri e i suoi reali sentimenti, repressi fino all’ultimo in favore di una totale dedizione al suo lavoro. Emblematico il rapporto con David, il giovane pilota dell’episodio 29.
Ma il personaggio che più di tutti incarna questo tema è indubbiamente Afrodia. Sakai modella la sua eroina tragica sulla falsariga di Oscar François de Jarjayesla protagonista di Versailles no bara (Lady Oscar). Ispirazione che diventa ancor più evidente nel film conclusivo, in cui il Baldios viene quasi completamente rimosso e il focus diventa la storia d’amore e odio tra Marin e Afrodia. Le due hanno in comune l’abbandono della femminilità allo scopo di ricoprire una funzione in cui vengono richieste un’educazione e una mentalità maschile, e la rinuncia all’amore in favore di una totale devozione al rispettivo sovrano. I suoi trascorsi con Gattler la legano indissolubilmente a lui in un rapporto malato e perverso del quale vengono allusi diversi dettagli inquietanti in corso d’opera. Durante la serie, più volte Afrodia ripeterà “ho smesso di essere donna dopo la morte di mio fratello Miran”, ma è una constatazione che presto diventa autoinganno. Il desiderio di vendetta verso Marin, assassino del compianto fratello, si fonde drammaticamente al sentimento amoroso che sviluppa gradualmente nei suoi confronti e rende sempre più sofferta la repressione dei propri desideri. Afrodia è il personaggio più tragico della vicenda. Ogni incontro con il rivale e amante diviene causa di barlumi di felicità inaccettabili che la avvicinano al punto di rottura. Ella è afflitta da inguaribili tormenti interiori e prigioniera di circostanze inconciliabili che ledono a fondo le sue convinzioni e la instradano verso la splendida risoluzione nel suggestivo finale del film animato. A mio modesto parere, uno dei personaggi più complessi dell’epoca.

Conclusioni

Uchuu Senshi Baldios, come spesso accade alle serie più coraggiose e troppo avanti per il proprio tempo, non riscosse un gran successo in televisione durante la sua messa in onda, con un indice d’ascolto fermo all’1%. A causa anche della crisi economica dello sponsor, la serie non riuscì nemmeno a giungere ad una conclusione e dai trentanove episodi previsti si scese a trentaquattro, dei quali il 31, il 33 e il 34 non vennero nemmeno trasmessi in tv. Il film conclusivo vide la luce grazie all’amore di una ristretta cerchia di appassionati e al supporto della critica e delle riviste specializzate che chiedevano a gran voce una conclusione dignitosa. E così, nel 1981, il lungometraggio, non senza incertezze, tra cui una prima metà riassuntiva che attua un lavoro discutibile di riscrittura di alcuni elementi essenziali della trama, porta a compimento la storia con un finale potentissimo destinato a rimanere marchiato a fuoco nella mente dei fan. Baldios è un cult che si fonda sulla scrittura della storia e dei personaggi; grazie all’originalità e alla freschezza mostrate su quel versante – sebbene con qualche episodio meno convincente – compensa le mancanze tecniche: animazioni sotto la media, mecha design molto povero, e la banalità registica, lontanissima dalla forte espressività cinematografica del contemporaneo Osamu Dezaki, che in quel momento stava lavorando a Rocky Joe 2.
Rimane una serie ricca di spunti, tutt’oggi in grado di dialogare con il presente e probabilmente imprescindibile per tutti gli appassionati del genere.

Bibliografia (fonti consultate e/o per approfondire)

Jacopo Mistè, “Guida ai super e real Robot – l’animazione robotica giapponese dal 1980 al 1999” 
Jacopo Nacci, “Guida ai super robot – l’animazione robotica giapponese dal 1972 al 1980”
Francesco Prandoni, “Anime al cinema – storia dell’animazione giapponese dal 1917 al 1995”
Saburo Murakami, “Anime in tv – storia dei cartoni animati giapponesi prodotti per la televisione” 
Marco Pellitteri, “Mazinga Nostalgia – storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation dal 1978 al nuovo secolo”

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Ferdinando

Ho iniziato a guardare anime in maniera più consapevole nel 2010 cercando in streaming School Rumble, dato che in tv gli episodi erano stati trasmessi un po' a caso. Nella vita studio filosofia e a tempo perso mi interesso di cinema e animazione. I miei anime preferiti sono da diversi anni Cowboy Bebop e Texhnolyze.

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